VOGLIAMO GIUSTIZIA!

#cacciamoli

20 giugno 2021, ore 15-19 @ palazzo Regione Lombardia

Il 20 giugno 2020 siamo scesə in piazza per ribadire con forza il nostro dissenso rispetto alla disastrosa e criminale gestione dell’emergenza sanitaria di Regione Lombardia.

Un anno dopo torniamo sotto quel palazzo perché la giunta non si è mai assunta le sue responsabilità e il sistema socio-sanitario lombardo, nella gestione dell’onda lunga dell’emergenza, si dimostra ancora inefficiente e discriminatorio.

In Lombardia il numero di morti da Covid 19 è stato enorme: agli oltre 33.700 ufficialmente registrati vanno aggiunti i decessi legati ad altre patologie e alla mancanza di accesso ai regolari servizi di cura.
Un anno dopo le famiglie sono ancora sole nella gestione delle fragilità, e i medicə e tutto il personale sanitario vivono ancora in uno stato di precarietà dopo i massacranti sacrifici legati alla gestione pandemica.

La salute in Lombardia e in tutto il nostro paese è diventata una macchina del profitto. La legge regionale 23 del 2015 è solo l’ultima tappa di un processo portato avanti fin dai primi anni duemila dalla politica leghista (Formigoni, Maroni, Fontana) che ha privatizzato la sanità sulla pelle delle persone, soprattutto coloro che non possono e non vogliono accedere ai servizi privati.

Nel corso degli ultimi decenni il taglio delle spese di manutenzione e risanamento delle strutture socio-sanitarie territoriali ed ambulatoriali è stato costante, mentre parte della spesa pubblica viene destinata a strutture private convenzionate.

Avevamo in Lombardia una rete capillare di medicina territoriale e di prevenzione, distrutta a favore di una visione “ospedalocentrica” che di fatto ha scavato un solco rispetto alla possibilità di accedere alle cure in maniera pratica e agevole o di prevenire le malattie.

Il numero di medicə di base, pediatrə, infermierə, e più in generale il personale sanitario si è dimostrato nel corso dell’ultimo anno notevolmente sottodimensionato rispetto alle necessità di cura.

Pensate che siamo ancora dispostə ad attendere pazientemente una risposta a tutte queste ingiustizie? No, non vogliamo e non possiamo più aspettare!

In queste settimane la giunta regionale sta preparando una nuova riforma sanitaria che espande ancora di più il ruolo dei privati cercando di rendere la salute lombarda l’equivalente di un libero mercato sempre più deregolamentato e scoordinato, e destinando ancora più risorse pubbliche a gruppi che profittano sulla salute.

Invece di rispondere allo smantellamento della sanità sul territorio istituendo delle strutture come i Distretti, evoluzione delle ex ASL, capaci di coordinare il lavoro di prevenzione, cura, quello dei medici di base, degli psicologi, degli assistenti sociali e dell’assistenza domiciliare. La proposta di riforma della giunta regionale vuole lasciare il settore privato libero di “metterci una pezza” finanziando la realizzazione di strutture private di prossimità con risorse del Recovery Fund, rendendo più facile l’assegnazione di appalti “in blocco”, anziché struttura per struttura, ai grossi gruppi della sanità privata e lasciando al pubblico una mera funzione di controllo amministrativo, senza poteri di coordinamento e senza una vera e propria programmazione in funzione dei bisogni di salute dei cittadini.

La sanità privata non deve essere finanziata con i soldi pubblici!
La salute non è una merce e dovrebbe essere affidata solo al pubblico, con una presenza sul territorio omogenea rispetto alla popolazione residente, capace di offrire benessere e prevenzione grazie alla cooperazione di tutte le figure professionali che curano vari aspetti della salute degli individui e della salute collettiva nei luoghi di lavoro e di vita, prevedendo anche forme di assistenza domiciliare e di partecipazione della cittadinanza alla pianificazione regionale e territoriale della sanità.

In questo anno e mezzo di crisi pandemica e sindemica le comunità si sono auto organizzate per sopperire alla mancanze regionali e municipali in relazione alla profonda crisi economico/sociale e sanitaria che stiamo vivendo.

Le brigate volontarie per l’emergenza, le varie brigate sanitarie e tutti i soggetti informali e non, ad oggi, proseguono un lavoro essenziale legato a virtuosi progetti di mutualismo nei territori. Dal basso stiamo provando a costruire i meccanismi di cura e supporto, partendo appunto dai bisogni che le nostre comunità esplicitano e a cui il sistema non dà una risposta.

Anche grazie a questa ripresa dei processi comunitari, siamo convintə che l’opposizione alla mercificazione del sistema sanitario debba necessariamente partire dal basso, con l’unico paradigma possibile: cura e sanità pubblica, comunità e mutualismo.

Siamo convintə che le comunità solidali e resistenti devono ricostruire una società della cura: una società ecologica, transfemminista e senza discriminazioni che possa prevenire pandemie e restituire dignità a noi tuttə.

Noi portiamo tutto il peso della perdita delle persone care, ma questo peso è anche il motore per agire un cambiamento reale, per evitare che non accada mai più. Le coscienze delle persone responsabili della gestione scellerata dell’emergenza ci sembrano invece fin troppo leggere. Questa indifferenza le rende disumane e così anche lo schifoso scaricabarile che si svolge sotto i nostri occhi.

Non siamo più dispostə ad accettare che regione Lombardia e i suoi governanti continuino la criminale gestione della sanità lombarda, non siamo più dispostə ad aspettare che le cose cambino, proviamo a dare una spinta dal basso!

Ci vediamo tuttə il 20 giugno sotto la Regione!

Aderiscono:
CAAB
COORDINAMENTO STUDENTESCO AZADI
BARAONDA
BRIGATA DI SOLIDARIETÀ POPOLARE MILANO SUD
BRIGATA ORSO
BRIGATA LENA MODOTTI
BRIGATA PEDRETTI
CARC
COMITATO DIFESA SANITÀ PUBBLICA ZONA SUD OVEST CITTA’ METROPOLITANA
COMITATI PER IL RITIRO DI QUALUNQUE AUTONOMIA DIFFERENZIATA – LOMBARDIA
CUB
OFF TOPIC
COORDINAMENTO REGIONALE DELLA LOMBARDIA PER IL DIRITTO ALLA SALUTE – CAMPAGNA DICO 32
ECOLOGIA POLITICA
FORNACE
GRATOSOGLIO AUTOGESTITA
FORUM PER IL DIRITTO ALLA SALUTE
KASCIAVIT
MEDICINA DEMOCRATICA
MEMORIA ANTIFASCISTA
NON UNA DI MENO MILANO
PARTIGIANI IN OGNI QUARTIERE
PARTITO RIFONDAZIONE COMUNISTA MILANO
PRC LOMBARDIA
SINISTRA ITALIANA
CASCINA TORCHIERA
ZAM


COMUNICATO STAMPA

Vogliamo giustizia!
Presidio
20 giugno, ore 15-19
P.zza Città di Lombardia (lato via Melchiorre Gioia)
A un anno dalle manifestazioni che denunciarono il fallimento del “modello Lombardia” nella gestione dell’emergenza pandemica, Milano torna in piazza. L’appuntamento è alle ore 15 di domenica 20 giugno per un presidio sotto al palazzo dove ha sede il governo di centro-destra che negli ultimi vent’anni ha disarticolato la sanità pubblica regionale, trasformando la salute in una macchina per il profitto.
Dietro allo schermo spettacolare della campagna vaccinale, basata sulla mobilitazione di personale volontario e sulla sottrazione di risorse umane alle strutture pubbliche, chi abita in Lombardia sperimenta le inefficienze del sistema lombardo. Basti pensare alle liste d’attesa per esami e visite: nel 2020 si è dovuto aspettare fino a 180 giorni nel 68% dei casi di prestazioni richieste con il sistema sanitario nazionale, solo il 21% hanno atteso fra i 30 e i 60 giorni, l’8% entro 10 giorni, il 3% entro 72 ore. Decisamente più bassi i tempi di attesa per le prestazioni in attività libero professionale (fornite in oltre il 60% dei casi entro 10 giorni).
Nel frattempo aumentano i fondi destinati alla sanità privata. Gli ultimi provvedimenti della giunta destinano alla sanità privata, nel 2021, circa 7,5 miliardi di euro (nel 2013 erano 2 mld). Per dare un’idea: nel 2017 il Gruppo San Donato, che si prende la fetta più grande di mercato, ha ricevuto 757,3 milioni di soldi pubblici, mentre ai 7 ospedali pubblici della ex Asl di Milano città andavano 744,1 milioni di euro. Il sistema sanitario basato sull’accreditamento di strutture private si è rivelato costoso, non coordinato, inefficiente.
La Lombardia da tempo investe in prevenzione una percentuale del Fondo sanitario ben al di sotto del 5% stabilito dagli indirizzi nazionali. Dalla metà degli anni ’90 al 2018, i posti letto pubblici sono stati più che dimezzati. Nel 2020 i posti privati per le malattie infettive erano solo il 6% del totale regionale e i posti in pneumologia il 7%.
Non dimentichiamo che la letalità del Covid in Lombardia rispetto ai contagiati è stata il doppio della media nazionale e tre volte quella del Veneto. Che il 28% sul totale delle denunce di infortunio sul lavoro da Covid-19 nel 2020 arrivano dalla Lombardia, con 37.208 su 131.090, di cui 159 (il 37,6% del numero totale) con esito mortale e che ad essere colpite sono state in maggioranza le donne (72,5%).
“Noi portiamo tutto il peso della perdita delle persone care, ma questo peso è anche il motore per agire un cambiamento reale, per evitare che non accada mai più. Le coscienze delle persone responsabili della gestione scellerata dell’emergenza ci sembrano invece fin troppo leggere” dichiarano le organizzazioni promotrici. “Siamo convintə che l’opposizione alla mercificazione del sistema sanitario debba necessariamente partire dal basso, con l’unico paradigma possibile: cura e sanità pubblica, comunità e mutualismo”.

Nuovo assessore, vecchio scaricabarile

Ci risiamo. O forse non è mai finita.
Esattamente un anno fa, assistevamo sconcertati al rimpallo di responsabilità tra il governatore Fontana e l’allora presidente del consiglio Conte: la zona rossa falla tu, no chiudi tu, no è responsabilità tua, no tua, va beh chiude tutta l’Italia.
Il rimpallo è andato avanti nei mesi successivi: il colore della regione lo sceglie il governo, non è colpa nostra; conte cattivo, ci ha messo in zona rossa; perchè la campania è zona gialla e noi rossa?; bisogna chiudere la lombardia; i dati sono sbagliati non dovevamo essere zona rossa, etc etc

L’ultima scenetta di questo ridicolo scaricabarile ha come protagonista la neo assessora (il precedente assessore Gallera è stato costretto a dimettersi per l’incapacità dimostrata in un anno di pandemia) al welfare lombardo Letizia Moratti (quella che voleva si vaccinassero prima le regioni con PIL maggiore).
A quanto pare, la responsabilità del fatto che la Lombardia (quella che fino a 1 anno fa era definita l’eccellenza nel campo della sanità) sia drasticamente indietro con la campagna vaccinale è, secondo Moratti, da ricercare nell’Agenzia Regionale per l’Innovazione e gli Acquisti (ARIA), il cui ex direttore generale si è dimesso dopo lo scandalo dei camici DAMA del cognato di Fontana (ve lo ricordate?).

Ci limitiamo a ricordare alcuni fatti:
– ARIA nasce nel 2019 su volontà dell’attuale giunta leghista
– a capo di ARIA abbiamo esponenti di Lega e Forza Italia
– Letizia Moratti stessa ha condiviso la scelta di affidare ad ARIA la gestione dei vaccini e ne ha definito le procedure

Ci chiediamo: di chi è la responsabilità politica del fallimento della campagna vaccinale in Lombardia?

Perchè l’intera strategia di contrasto al covid è basata solo sui vaccini?
Perchè anzichè fare favori a Confinudstria Lombardia (che ha già dimostrato durante la prima ondata quanto poco tenesse alla vita dei lavoratori), dando priorità a categorie sociali meno a rischio, non si incentiva la sanità territoriale, non si lavora per eliminare il brevetto dai vaccini, non si previene riducendo i fattori di rischio come il particolato atmosferico?
Perchè la classe politica non si assume la responsabilità di agire in modo sistemico, uscendo dalla logica emergenziale, e trattando il problema per quello che è: una sindemia?
Purtroppo sono domande retoriche: la linea politica del governo lombardo la conosciamo bene.
Produci, consuma, crepa.

Regione Lombardia, Letizia Moratti vicepresidente e assessore - Lombardia -  ANSA.it

Dieci Anni di Zona Autonoma Milano

29 gennaio 2021 – periferia Sud, Milano

I compleanni scandiscono il tempo, è questa la loro funzione.
Arrivati alla decima candelina ci chiediamo cosa sia stato questo tempo, ripetuto dieci volte nella nostra vita collettiva e privata.

Molte cose sono cambiate in questo lasso di tempo: la nostra società, la nostra città, il nostro modo di fare politica, gli spazi che abbiamo occupato, i percorsi che abbiamo deciso di intraprendere.
Anche la nostra misura del tempo è cambiata nel frattempo che il tempo
trascorreva. E se ci guardiamo indietro notiamo subito che la tirannia
della pandemia tende a nascondere alla vista quanto, ed è davvero tanto,
sia successo in questi dieci anni.

L’ultimo anno ha illuminato perfettamente tutte le dis-uguaglianze del nostro tempo, l’assurdità di come abbiamo organizzato la società. Ha dimostrato quanto sia inutile la concezione capitalistica del “tempo come denaro“.
Forse tra le tante cose avrebbe senso distruggere di questa società c’è anche la sua concezione di tempo.

Qualche tempo fa, su una famosa rivista di settore, si accennava al fatto che la classe dirigente italiana, quella che costituisce le parti apicali della burocrazia amministrativa, insomma lo stato profondo, senza strumenti materiali e men che meno ideali per esercitare il potere sia rimasta ancorata ad un solo semplice concetto: ha il potere chi controlla il tempo.
Chi impone il proprio tempo agli altri, chi può indurre i nemici a perdere tempo in cavilli legali e faccende di protocollo, chi è sicuro di essere ancora presente quando la legislatura scade e le elezioni si avvicinano.
Non è saggezza e nemmeno lungimiranza, ma solo la certezza che il proprio grigiore sopravvive ai fenomeni mediatici delle bolle social, al riparo in cariche professionali dal vastissimo potere ma dalla scarsa notorietà, che non soffrono della possibilità di cambiare insieme ai partiti di governo.
In questi dieci anni abbiamo visto il copione dell’ “uso del tempo a favore del potere” molte volte: quando la rilevanza mediatica su quella lotta o su quella vertenza sarà scemata, l’argomento tornerà alla bonaccia e ci si dimenticherà di chi si è battuto e battuta per essa. Chi detiene il potere lascia che sia il tempo a logorare chi si ribella, ricoprendo tutto silenziosamente come sabbia.

Chi controlla il tempo?
Chi lo impone e chi lo riceve?
Siamo stat* capaci di costruire e vivere il nostro tempo, questi dieci anni di lotte e avventure, tentativi errori e piccole vittorie? O lo abbiamo subito barcamenandoci in balia di chi lo poteva gestire?
Siamo stat* capaci di lasciare un segno in questo tempo, gli anni dell’emergere del populismo, della città dei bandi, della lotta notav, della Milano di Pisapia, di Expo, di Sala, delle lotte studentesche…? O siamo passat* sotto traccia, limitandoci a resistere?

Restare in vita per dieci anni come collettivo politico ha dimostrato innanzitutto la capacità condivisa di saper vivere insieme, di formare una comunità resistente.
Un insieme vario per età, provenienze, passioni e desideri che ha sempre
donato prima di tutto il proprio tempo a questo progetto. Anche se per
tre volte siamo stat* privat* del nostro spazio, siamo riuscit* a mantenere i nostri progetti e il nostro stile, traslocando come formiche e come lumache da uno spazio all’altro. Abbiamo sempre voluto un posto spazio accogliente dove militant* e non potessero trovare un campo di libera espressione in cui utilizzare il proprio tempo.
Abbiamo scelto di spostare il nostro uso dal tempo della notte, della
movida, della produzione culturale e aggregativa musicale e notturna verso il tempo del quartiere, della vita quotidiana, dell’aggregazione che passa per le infinite riunioni e attività delle associazioni di zona, delle passeggiate al parco delle persone anziane, delle famiglie.
Una prova diretta è stata la sfida del covid, che ci ha trovanti pront* e presenti in ogni momento del giorno, nel nostro spazio, conosciut* e riconosciut* per essere attiv* sui progetti di solidarietà e mutualismo.

Abbiamo cambiato il nostro concetto di tempo, e la nostra concezione si
è modificata attraverso il tempo stesso che trascorreva, mentre si
approfondivano legami e azioni, mentre i progetti prendevano forma.
Diamo per assodato che la misura del tempo è ormai standardizzata per
tutti e tutte, ovvero che il tempo è un carattere intrinseco nella materia e nella realtà.
Quella che è cambiata in questi dieci anni è la misura del nostro tempo
relativo
, quella sensazione del tutto immaginaria eppure dagli effetti così reali che ha creato in noi una specie di dilatazione del tempo per puro effetto di una disciplina collettiva di attenzione e ascolto.
Quello che è andato cambiando, e forse anche noi fatichiamo a rendercene conto, è la considerazione che abbiamo del tempo e del suo uso.

Se nel nostro privato ci troviamo a lottare costantemente con il rifiuto del tempo produttivo regalato al capitale in cambio di un salario basso e sempre meno tutele, collettivamente siamo cresciut* cambiando la nostra idea di tempo legata alla lotta politica.
Abbiamo sentito per tanti anni il discorso politico di movimento concentrarsi sul concetto di spazio, fisico, politico, di immaginario.
Spazio da occupare, da attraversare, entro cui posizionarsi per essere più a sinistra di o più a destra da.
Lo spazio in questo senso è una dimensione finita la cui contesa esclude altri soggetti. Questo fa si che si debba specificare, delimitare, difendere o attaccare. Abbiamo visto più o meno bene a cosa portano spazi condivisi quando l’unica intenzione è prenderne possesso per intero. Il risultato è stato che in questi dieci anni abbiamo sperimentato docce gelate e autunni tiepidi.
Il tempo rimaneva una variabile inespressa, misura che lavorava per noi nel costruire solidità per i nostri percorsi, o contro di noi quando non riuscivamo ad essere pronti per la prossima prova, il prossimo corteo, presidio, iniziativa o campagna.

Nel nostro lavoro collettivo il tempo è diventato invece un elemento centrale.
Abbiamo scelto di avere una concezione ed un uso del tempo che fosse legata alla possibilità di prendersi cura di noi e del nostro territorio, partendo da noi stess*, abbiamo scelto di costruire Comunità Resistenti.
Per noi il tempo è produttivo quando permette alla comunità di arricchirsi, quando è messo in comune per l’aiuto reciproco.
Per noi il “tempo” non viene solo scandito dai telegiornali o dal governo.
Non passa solo dal prossimo grande evento che verrà ospitato a Milano o dalla prossima “emergenza” che coinvolgerà tutti e tutte meno che i diretti responsabili
, quasi sempre ricchi, maschi, bianchi.
Una comunità usa il proprio tempo per prendersi cura di sé, per confederarsi con le altre in opposizione all’atomizzazione sociale, per definire (non senza fatica e anche perdendo tempo talvolta) il suo sistema di valori, quello che reputa accettabile e quello che reputa inaccettabile, quello che desidera e quello che ambisce.

Abbiamo anche sperimentato che questa forma di concepire il tempo non ci ha tolto il tempo di dedicarci a campagne e progetti, cittadini, territoriali, internazionali. Occuparci del tempo non ci ha tolto la possibilità di costruire rapporti importanti e proficui. 
Non abbiamo prodotto di meno, anzi, abbiamo prodotto meglio in virtu di una concezione di tempo che imponiamo noi invece che subire.
Ed anche se talvolta non siamo stati dinamici così come sarebbe stato necessario, abbiamo guadagnato qualcun* che non si è perso per strada, non siamo passati di norma sopra a nessun* imponendoci perchè “non c’è tempo” compiendo anche i nostri errori, le nostre valutazioni errate e tutte le altre storture che può avere un progetto autogestito in occupazione, ma finalmente un po’ più artefici del nostro tempo.

Fino ad ora è stato un buon tempo….buon compleanno ZAM!


IL CEMENTO COSI’ BELLO, PRENDERA’ ANCHE IL TICINELLO?

Vogliamo provare a raccontarvi una storia. Ma prima dobbiamo spiegarne le premesse, abbiate pazienza.

Non si tratta di una storia inventata, non è frutto della nostra fantasia, ma è purtroppo una storia verosimile che prende spunto dal greenwashing a cui la giunta milanese ci ha abituato negli ultimi anni. E con greenwashing intendiamo quella “forma di appropriazione indebita di virtù e qualità ecosostenibili per conquistare il favore dei consumatori o degli elettori (e sappiamo che da quando alla guida del comune c’è un manager, la differenza si è fatta così sottile da diventare impercettibile) o, peggio, per far dimenticare la propria cattiva reputazione dovuta ad attività che compromettono l’ambiente.

E’ una definizione che è stata usata dai diversi comitati cittadini di tutela dell’ambiente: la usiamo per parlare dell’assessore all’ Urbanistica/Verde/Agricoltura e del rettore del Politecnico quando pensiamo allo scempio del parco Bassini, la usiamo per parlare della costruzione imposta e inutile delle vasche del Seveso, la usiamo per riferirci allo scempio che si prepara nel quartiere San Siro, la usiamo per riferirci all’abbattimento del bosco spontaneo della goccia di Bovisa, lo usiamo per la furba cementificazione prevista per il parchetto di pza Baiamonti, e così via.
Come abbiamo anticipato, le storie come quella che vogliamo raccontare sono tante.

Mappa del parco

IL PARCO DEL TICINELLO

La nostra storia, però, ha luogo nella periferia sud di Milano, dove con orgoglio resiste un piccolo parco naturale con vocazione agricola: il parco agricolo Ticinello.
Si tratta dell’ultima propaggine di quella che dovrebbe essere la “green belt” meneghina, ossia il Parco Agricolo Sud Milano (PASM). Nella pianificazione territoriale, l’idea di costruire una “cintura verde” nei dintorni di città già esistenti è forse la più antica forma di controllo dell’espansione urbana (nasce negli anni 30 in Gran Bretagna). Nella cintura verde non dovrebbe essere possibile realizzare nuovi edifici, gli eventuali grandi progetti dovrebbero essere vagliati da una rigidissima pianificazione territoriale, si dovrebbe poter edificare solo per scopi agricoli, e non dovrebbe essere possibile nessuna deroga.
Usiamo il condizionale perchè ci riferiamo al PASM. Si tratta di uno dei più vasti parchi peri-urbani d’Europa, ma anche uno degli esempi più lampanti di come NON applicare il metodo della cintura verde: il parco nasce fin da subito come un colabrodo più che come una fascia verde, nei cui buchi ogni amministrazione comunale ha la propria esclusiva autonomia decisionale per quanto riguarda l’uso del suolo. E’ così che il parco subisce ogni anno la perdita di diversi ettari di suolo fertile per far spazio a cemento e infrastrutture.

Ed il prossimo pezzettino di parco ad andarsene, potrebbe proprio essere il Ticinello.

Il parco Ticinello è un gioiellino di circa 90 ettari (quasi il doppio del parco Sempione) incastonato tra le torri bianche di Gratosoglio, il quartiere popolare Stadera e quello del Vigentino. E’ la protuberanza del Parco Sud che più si avvicina al centro città. Si tratta di una zona verde caratterizzata storicamente dal percorso del cavo del Ticinello e da un territorio agricolo, dove sono presenti anche due cascine: la Campazzo, affittata dal comune ad un’azienda agricola privata, e la Campazzino, bellissima cascina in pessimo stato di conservazione, recentemente interessata da un “avviso pubblico per raccogliere manifestazioni di interesse” (di cui parleremo) e dalla costruzione dei nuovi orti in sostituzione di alcuni precedentemente esistenti (parleremo anche di questo).

All’interno del Progetto triennale del Comune “Milano Città di Campagna – La Valle del Ticinello” 2014/2017, il parco viene così descritto:

Il Parco Agricolo Ticinello rappresenta un raro esempio di agricoltura tradizionale all’interno di un tessuto urbano come quello del Comune di Milano. La qualità della gestione e della manutenzione del Parco consente caratteristiche paesaggistiche ormai poco frequenti in ambienti agricoli di pianura; ne sono esempio i campi a marcita (pratica agricola spesso abbandonata, perché non più economicamente remunerativa); la presenza di roveti, siepi e filari; il mantenimento di schianti e di alberi morti; oltre a tutte le attività extra-agricole che ruotano intorno alla Cascina Campazzo, ormai punto di riferimento per la comunità della zona. Il risultato è tale da apparire evidente e fortemente in contrasto con le zone agricole limitrofe.

Ma non è tutto. Il parco è un rifugio importantissimo per molte specie di uccelli e lepidotteri. Sempre con le parole dei tecnici assoldati dal comune:
“I monitoraggi faunistici hanno ben evidenziato gli effetti positivi che la gestione degli ambienti agricoli, in particolare degli elementi “non produttivi”, può avere sulla biodiversità. Questo grazie soprattutto al mantenimento di siepi, filari, piccoli incolti, rovi e accumuli di legno morto. Uccelli e farfalle diurne hanno mostrato preferenze verso questo approccio “sostenibile” alla gestione del paesaggio agrario.”

In queste righe, viene riconosciuta l’importanza di mantenere specie arbustive selvatiche, incolto, rovi e legno morto. Si tratta di ambienti che fanno parte del “terzo paesaggio” (per dirla alla Gilles Clement), luoghi abbandonati dall’uomo dove la natura poco alla volta ricrea un habitat selvatico ad elevata biodiversità. E questa riappropriazione selvatica funziona così bene che nel Ticinello sono segnalate ben “due specie di interesse comunitario, elencate cioè nell’Allegato I della Direttiva 2009/147/CE (“Direttiva Uccelli”): si tratta di Martin pescatore e Averla piccola, il cui stato di conservazione in Italia è giudicato rispettivamente come inadeguato e cattivo. Per queste due specie non è stata confermate la nidificazione nell’area, ma si auspica che gli interventi di miglioramento ambientale possano contribuire a favorirla in futuro.”
Ma di quali interventi stiamo parlando? Entriamo nel vivo.

L’area del Ticinello è attualmente interessata dal 2° Lotto del Progetto Parco Agricolo Ticinello (la realizzazione del Lotto 1 si è conclusa da pochi mesi) di un progetto di “riqualificazione” del comune di Milano. PASM e Municipio 5 hanno dato parere favorevole alla realizzazione del progetto esecutivo. Nessuno in quartiere ne sapeva niente, perché “il progetto non è partecipato” .
E così il Comune sperava di spendere 3.4 mln in un progetto che al quartiere non piace per nulla.

CHE COSA PREVEDE IL PROGETTO?

L’obiettivo di progetto generale è quello di creare un parco con valore paesaggistico, naturalistico e culturale legato alle attività agricole, favorendo una fruizione compatibile con il contesto attraverso la valorizzazione e l’integrazione degli elementi caratteristici oggi presenti. In sintesi si punterà a valorizzare le aree di accesso e i margini, a riqualificazione i percorsi, il sistema irriguo e dei relativi manufatti, e a valorizzare il patrimonio arboreo/arbustivo anche in funzione delle connessioni ecologiche e della biodiversità” (sito del Comune di Milano)

Belle parole, ma leggendo la relazione paesaggistica allegata al progetto esecutivo del lotto 2, ciò che emerge in realtà è la forte volontà del comune di trasformare quello che è un parco agricolo, con zone selvatiche e spontanee, ricco di biodiversità e per questo unico e prezioso, in una sorta di finto-giardino del centro città, con illuminazione a giorno, sentieri battuti per non sporcarsi le scarpe e molti, molti alberi in meno. Insomma, l’intento evidente è quello di snaturare e antropizzare l’intero parco, in nome della “riqualificazione”…e di una possibile futura variazione d’uso del suolo (come vedremo più avanti).
La visione politica di fondo è sempre quella antropocentrica che mette al primo posto lo sfruttamento di ongi angolo di verde per l’interesse umano, per cui ogni angolo verde debba per forza essere trasformato ed adattato per i nostri bisogni.

UN PROGETTO PIENO DI CONTRADDIZIONI

Ma andiamo per ordine. Le più gravi incongruenze del progetto lotto 2 sono 4:

1) I SENTIERI IN CALCESTRE:

Nel lotto 2 si prevede la realizzazione di quelli che vengono identificati come “percorsi naturali”, che devono permettere ai visitatori di spostarsi dentro al parco (senza sporcarsi le scarpe possibilmente, come nei migliori finti-giardini di porta Nuova).
I percorsi in calcestre sono composti da diversi strati: sul terreno viene posato un foglio di polipropilene (plastica!), poi uno strato di inerti bonificati, quindi un collante chimico e infine uno strato di ghiaia.
Tutto ciò è equivalente ad una perdita di suolo vivo, e definire “naturale”, “green” il calcestre solo perchè mantiene una certa permeablità si chiama greenwashing: fra 30 anni, che ne sarà stato del foglio in polipropilene? Ulteriore inquinamento da microplastiche nel terreno e nell’acqua?
Il tutto, inoltre, in barba ai vincoli paesaggistici a cui è sottoposto il parco (DGR 9210 DEL 30.03.09, riguardante la tutela del paesaggio agrario).
Il numero di percorsi che si vorrebbe così realizzare, poi, è a dir poco sproporzionato per un ambito agricolo e naturalistico (ma non per un giardino…): ben 9 sentieri, alcuni lunghi più di 500 m, che taglierebbero e frammenterebbero così il parco (e la frammentazione degli habitat naturali comporta spesso anche l’estinzione delle specie più sensibili).
Inoltre, ciò che vorrebbe fare il comune è spendere soldi per ricoprire con questa miscela chimica di terra e plastica (ed il pensiero corre subito alle borracce in alluminio che l’assessore si vantava di regalare agli studenti per combattere l’inquinamento da plastica) dei percorsi che sono già utilizzati dai frequentatori del parco, e che basterebbe sottoporre ad una buona manutenzione e piccoli interventi non invasivi che non modificano l’essenza e la funzione che svolgono.
Sono percorsi-sentieri di campagna e non strade urbane, ci teniamo a ricordarlo.

2) INQUINAMENTO LUMINOSO:

Tutti questi percorsi artificiali, ovviamente, devono essere illuminati: le solite ragioni di “sicurezza” (o meglio, le solite paure agitate dai partiti per farci accettare qualsiasi decisione) porteranno all’accensione di più di 60 lampioni…rigorosamente a led eh!
Questa sovrabbondanza di illuminazione notturna non è compatibile con le specie che nel parco si sono radicate. L’intervento andrebbe a scombussolare i cicli naturali ed i bioritmi di molte specie, causandone l’allontanamento e la perdita. E a quel punto, cosa dovrebbero osservare i visitatori del giardino?
Ma oltre ai lampioni led, si arriva all’assurdo leggendo che “alcuni elementi [d’illuminazione] sono stati inseriti con intento estetico e scenografico: è il caso delle strip-led inserite nelle panche e dei 4 proiettori al suolo che illuminano dal basso alcune alberature significative” e ancora, nell’Area Selvanesco-Zona fruitiva è prevista l’installazione di 270 m di cordoli con Led segnapassi, una sorta di pista illuminata…che male potrà mai fare!?
Anche qui, basterebbe rispettare le leggi che i nostri governanti scrivono e poi “dimenticano”: il principio di rispetto del ciclo naturale è previsto dalla Legge Regionale n. 31/2015 che definisce l’inquinamento luminoso come un fenomeno negativo per gli ecosistemi e/o per la perdita di biodiversità.
E ancora: per il regolamento per la gestione degli orti urbani della zona 5, i nuovi orti presenti vicino alla cascina Campazzino (esempio di cementificazione lasciatoci dal lotto 1, orti angusti, recintati e ancora in attesa di assegnazione) sono fruibili solo dall’alba al tramonto: a cosa serve mantenere un’illuminazione a giorno pure di notte?

3) L’ABBATTIMENTO DI 156 ALBERI:

Veniamo al nocciolo dell’intervento di riqualificazione del Comune. Conosciamo tutti il progetto “ForestaMi”, che prevede la piantumazione, dentro il comune di Milano, di 3 milioni di alberi entro il 2030…no, di piante. No, nell’area metropolitana. No, gli alberi saranno solo centomila. No, anzi, facciamo che si tratta di “piante equivalenti” (Piero Pelizzaro, il Chief Resilience Officer comunale, 16/12/2020). Ecco, questo esilarante progetto di greenwashing non ferma ovviamente il Comune dall’abbattimento di alberi decennali. E la scusa è sempre la stessa: “tanto poi ne piantiamo di nuovi”. Peccato che 10 alberelli di 3 anni piantati al posto di un esemplare di 50 o più anni…non sono la stessa cosa! Non forniscono i servizi ecosistemici di una pianta adulta e, inoltre, su dieci alberi piantati spesso ne muoiono 7 per mancanza di cure e acqua, come accaduto nel parco di fronte a Zam due estati fa.
Nel caso del Ticinello, il numero e le motivazioni per cui si vogliono abbattere alberi sono allucinanti.
Si tratta di 156 alberature presenti soprattutto lungo il corso del Cavo che taglia il parco, distribuite su poche centinaia di metri. Si tratta di una fila disordinata e selvatica di alberi che, grazie proprio alla loro spontaneità, garantiscono l’esistenza di una nicchia ecologica che ospita una varietà di specie (soprattutto avifauna in primo luogo) che lo rendono meta privilegiata delle passeggiate naturalistiche all’interno del Parco. Si tratta anche di un corridoio ecologico (uno dei pochi strumenti per opporsi alla frammentazione degli habitat): sempre nel progetto “Milano Città di Campagna – La Valle del Ticinello” 2014-2017 è evidenziato il ruolo connettivo affidato al Cavo Ticinello ed alla relativa fascia ripariale. Ma la parte più assurda sono le motivazioni che dovrebbero giustificare gli abbattimenti:
– più di 80 alberi (noccioli, olmi, pioppi, fichi, allori, nespoli, salici, sambuchi, allori e ciliegi) verranno abbattuti perché considerati “Gruppi disordinati di piante (c’è scritto davvero così!!)
– circa 70 hanno la sola colpa di essere specie alloctone indicate come invasive (ailanti e robinie), ma ci chiediamo a chi stiano dando fastidio e se non siano invece la casa di diverse specie dell’avifauna.
Le piante abbattute per motivi di “sicurezza idraulica” sono la minoranza, ed al loro posto, per garantire stabilità che questi alberi fornivano alla sponda, verranno costruite sponde in cemento.

Gli abbattimenti sono già cominciati…

4) LE NUOVE ALBERATURE

Nel secondo lotto è prevista la piantumazione di alcuni alberi (che faranno parte dei 100 000 di forestaMi); si tratta di:
– filari di ciliegi, alberi che non sono mai stati utilizzati con questo scopo nella pianura irrigua del Sud Milano
– filari di Salici e Querce in luogo dei filari di Pioppi che tradizionalmente delimitano i campi e disegnano il paesaggio; anche Salici e Querce non vengono utilizzati tipicamente in filare
Le alberature piantate recentemente sono per lo più querce, alberi a lento accrescimento che produrranno ombra tra una trentina di anni.


UN FUTURO DI PRIVATIZZAZIONE E CEMENTO?

Siamo finalmente arrivati alla breve storia verosimile che volevamo raccontarvi. Ci siamo scervellati chiedendoci perché, per quale motivo, il comune dovesse spendere adesso, in piena emergenza sanitaria, con centinaia di altri interventi più urgenti, questi 3.4 mln di euro per rendere un parco ricco di biodiversità un finto-giardino con qualche piccione annoiato?
Ci siamo guardati intorno, abbiamo dato un’occhiata alle speculazioni edilizie che stanno per accaparrarsi il vicino scalo ferroviario di pta Romana, i palazzinari che allungano le mani sulla goccia in Bovisa, le grandi società estere che vogliono speculare su san Siro…e abbiamo percepito un terribile presentimento: troppe volte questa giunta del greenwashing ha svenduto pezzi di città (e hinterland! Vedasi la storia di Expo) alla lobby del cemento e del tondino parlando di “riqualificazione”. Con effetti ambientali (consumo di suolo, distruzione dei microclimi dovuti ai grandi alberi abbattuti, cattura delle emissioni atmosferiche, …e tutti gli altri benefici che si perdono tagliando alberi in città) e sociali (gentrificazione, aumento dei prezzi degli affitti e dei prezzi della vita, allontanamento dai quartieri centrali dei residenti più poveri, sovraffollamento nelle periferie, etc) devastanti, tipici di questo capitalismo estrattivista, e della politica paternalistica, produttivista e classista di Beppe Sala.

Questa è la storia del parco Ticinello, ambientata in un futuro non remoto.

Era un prezioso parco selvatico ai bordi della grande città. Una città nevrotica, grigia, che continuava ad allungare le mani su ogni spazio verde di aria pulita. All’inizio il Ticinello era un parco naturale con vocazione agricola, ma già gli indizi precursori del consumo di suolo si andavano magicamente allineando. Iniziò tutto con un “avviso pubblico per raccogliere manifestazioni di interesse“: 25 immobili, di cui 13 cascine storiche, venivano identificate come “luoghi rimasti a lungo senza identità”. All’epoca ci venne da ridere e da piangere, e lottammo perché luoghi come Cascina Torchiera e Ri-Make, che si opponevano ai tentacoli del capitalismo da decenni, luoghi ricchi di vita, laboratori, centri di produzione e riproduzione di contro-cultura e arte, adesso erano indicati come “senza identità”.
Tra le altre cascine, c’era anche la Campazzino: più che cascina, ormai, era un vecchio edificio in mattoni, in stato di abbandono.
Come fare per attrarre privati? Come fare per renderla appetibile? A noi servono soldi, e non vogliamo chiederli a chi più ne ha: palazzinari e ricchi borghesi sono i nostri azionisti di maggioranza!”, pensava contrito il sindaco-manager.
Ma ecco che gli viene in aiuto un progetto, “secondo lotto” si chiamava, perché il primo aveva già terminato di fare i suoi danni. Il secondo lotto permetteva la tanta agognata “riqualificazione”: il parco naturale, ricco di biodiversità, che circondava la cascina poteva essere reso un monotono giardino simile a quelli appena finiti in Porta Nuova! E fanculo agli uccellini, con quelli non si guadagna. E allora costruiamo strade in calcestre, e mettiamo lampioni e tagliamo quegli alberi che son brutti da vedere!
Fu così che arrivò il privato, entro nella cascina, la sistemò coi suoi soldi e iniziò un’attività agricola…biologica, sia chiaro! Ma dopo tutta questa fatica, quelle strade in calcestre non andavano bene per i suoi camioncini: sindaco, vogliamo l’asfalto! E il sindaco come poteva dire di no: alla fine che differenza c’è tra calcestre e asfalto?! E così arrivarono le auto, ed i consumatori potevano finalmente andare a comprare nel nuovo supermercato-km-0 della cascina, o a mangiare nel ristorante: quanto costavano, ma quanto erano green!
E così i privati scoprirono nuovi guadagni, e perché non mettere a rendita anche i terreni lì intorno? Tanto ormai l’uso non era più naturalistico, con quelle auto, quella luce, senza gli alberi, la biodiversità si era ridotta a qualche piccione e due cani (in gabbia, sia mai!).
Chiesero così al comune di cambiare la destinazione d’uso del lotto, da terreno agricolo-parco ad edificabile…il sindaco bofonchiò, la giunta tremò, qualcuno uscì dall’aula tutto arrabbiato, altri risero e ne presero il posto…ed al pgt successivo, cominciò la storia del Ticinello: non più un parco, ma un nuovo quartiere…tutto green eh!


Le foto sono riprese dalla pagina fb Associazione Parco Agricolo Ticinello

LA GDO GUADAGNA CON LA CRISI E A NOI SOLO L’ELEMOSINA: ORA BASTA!

Siamo la brigata di solidarietà popolare Milano Sud, siamo studentesse, operaie, artigiani, impiegate,disoccupati, padri e madri.
Siamo persone che si sono unite, dal basso, per sostenersi vicendevolmente durante la pandemia.
Lo facciamo auto-organizzandoci, perché non vi è sostegno da parte delle istituzioni, solo elemosina e distrazioni, sopratutto per chi vive ai margini della società, soprattutto per i più poveri anche nella nostra periferia. Abbiamo fame e l’opzione di morire affamati a causa della ennesima crisi capitalista, dell’ennesima emergenza sbandierata e non gestita, non è contemplata.
Ci prendiamo cura l’un* dell’altr* spendendo l’unica cosa che ci rimane: il nostro tempo. Recuperiamo il cibo invenduto delle panetterie e degli alimentari di zona, facciamo colletta nei condomini e nei supermercati come questo. E’ così che, da mesi, assieme ad altri partner che supportano (su scala cittadina) i progetti di mutualismo nati durante la pandemia, riusciamo ad aiutare diverse centinaia di nuclei familiari in zona 5.
Ma non è abbastanza.
Ieri ci siamo presentat* in uno dei grossi supermercati di zona, chiedendo semplicemente che si rispetti la dignità di ogni essere umano. Abbiamo chiesto cibo garantito e gratuito per chi non può permetterselo. Abbiamo chiesto che la ricchezza accumulata negli ultimi mesi dalla GDO venga redistribuita sul territorio e sia a disposizione del quartiere da cui guadagnano. E abbiamo ottenuto un incontro con il direttore del supermercato.
I grandi supermercati non hanno mai chiuso durante i lockdown, hanno aumentato le vendite grazie alla paura che ha indotto le persone ad acquistare di più ed agli shop online, e grazie allo sfruttamento dei propri lavoratori e lavoratrici con forme contrattuali schiaviste e salari da fame.
Eppure, quando negli scorsi mesi abbiamo chiesto a supermercati come questo di contribuire alla nostra colletta alimentare, ci hanno risposto che potevamo lasciare un carello oltre le casse, i clienti avrebbero contribuito pagando di tasca propria i prodotti da donare.
Le persone avrebbero contribuito, non i supermercati. Loro ci garantivano solo e solamente il permesso di farlo.
Di nuovo ed ancora, la solidarietà viene lasciata sulle spalle dei singoli, di chi già paga le tasse (che dovrebbero servire per garantire il benessere di tutt*), ha lavori precari e fatica ogni giorno per la sua di vita.
Ci hanno detto che la pandemia ha cancellato le differenze.
Ci hanno detto che siamo tutti e tutte sulla stessa barca, il virus ci rende uguali nella sofferenza e nel disagio.
Noi siamo qui oggi a ribadire questo concetto: se siamo tutti e tutte sulla stessa barca, ora voi dovete aiutarci a non affogare, non potete lasciarci con le pance vuote mentre gli scaffali sono pieni di prodotti.
Non ci accontentiamo delle briciole. Siamo esseri umani con una dignità e a cui voi doveterispetto. Siamo i dipendenti sottopagati che lavano il vostro negozio, stanno alle casse e sistemano gli scaffali. Il vostro guadagno dipende da noi. In Italia sembra proibito parlare di tassazione sulla ricchezza, sul patrimonio. La nostra classe dirigente vive nel terrore di disturbare i redditi più alti, è schiava degli interessi di grandi aziende e imprenditori.
La sudditanza ai ricchi e le ricche che esiste in questo paese deve finire: iniziamo noi a non avere più paura di ribaltare la situazione.
Siamo qui a pretendere giustizia per noi e per tutte le persone che sono nella nostra stessa condizione.
Il nostro messaggio per la dirigenza di questo supermercato è semplice:i supermercati come questo devono contribuire direttamente evolontariamente alla solidarietà verso le persone che abitano i quartieri dove si trovano. Avete costruito i vostri guadagni sui bisogni di questo quartiere. Adesso è il quartiere che soddisferà i suoi bisogni con il vostro guadagno.
Se il vostro patrimonio è così grande da permettervi una vita serena, se guadagnate ogni mese più di quello precedente, è vostro preciso dovere sociale condividere la vostra ricchezza con chi non ha i mezzi per sopravvivere.
Non con qualche pacchetto di biscotti in scadenza, con la verdure che buttereste, con il permesso di fare l’elemosina, vogliamo che doniate direttamente i vostri prodotti a chi ne ha bisogno.
Questo è solo il primo passaggio di tanti che ne seguiranno, non abbiamo intenzione di fermarci perché abbiamo capito che aspettare che qualcuno intervenga a difenderci è perfettamente inutile.
Le istituzioni nazionali, regionali e comunali hanno posto come unica condizione legata alla riapertura del nostro paese le richieste dei poteri economici.
Il potere istituzionale tutela chi ha già potere, toccano a noidifendere la nostra vita, la nostra dignità, prenderci cura l’un* dell’altr*.
Speriamo che ovunque in questa città si moltiplichino iniziative di questo genere, ovunque ci siano poveri e povere le persone si organizzino per pretendere il rispetto che gli è dovuto. Presentiamoci nei supermercati e chiediamo di ricevere cibo,gratuitamente, direttamente.
Siamo la brigata di solidarietà popolare Milano sud.
Costruiamo comunità resistenti
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GTA – Gratosoglio Autogestita