Dieci Anni di Zona Autonoma Milano

29 gennaio 2021 – periferia Sud, Milano

I compleanni scandiscono il tempo, è questa la loro funzione.
Arrivati alla decima candelina ci chiediamo cosa sia stato questo tempo, ripetuto dieci volte nella nostra vita collettiva e privata.

Molte cose sono cambiate in questo lasso di tempo: la nostra società, la nostra città, il nostro modo di fare politica, gli spazi che abbiamo occupato, i percorsi che abbiamo deciso di intraprendere.
Anche la nostra misura del tempo è cambiata nel frattempo che il tempo
trascorreva. E se ci guardiamo indietro notiamo subito che la tirannia
della pandemia tende a nascondere alla vista quanto, ed è davvero tanto,
sia successo in questi dieci anni.

L’ultimo anno ha illuminato perfettamente tutte le dis-uguaglianze del nostro tempo, l’assurdità di come abbiamo organizzato la società. Ha dimostrato quanto sia inutile la concezione capitalistica del “tempo come denaro“.
Forse tra le tante cose avrebbe senso distruggere di questa società c’è anche la sua concezione di tempo.

Qualche tempo fa, su una famosa rivista di settore, si accennava al fatto che la classe dirigente italiana, quella che costituisce le parti apicali della burocrazia amministrativa, insomma lo stato profondo, senza strumenti materiali e men che meno ideali per esercitare il potere sia rimasta ancorata ad un solo semplice concetto: ha il potere chi controlla il tempo.
Chi impone il proprio tempo agli altri, chi può indurre i nemici a perdere tempo in cavilli legali e faccende di protocollo, chi è sicuro di essere ancora presente quando la legislatura scade e le elezioni si avvicinano.
Non è saggezza e nemmeno lungimiranza, ma solo la certezza che il proprio grigiore sopravvive ai fenomeni mediatici delle bolle social, al riparo in cariche professionali dal vastissimo potere ma dalla scarsa notorietà, che non soffrono della possibilità di cambiare insieme ai partiti di governo.
In questi dieci anni abbiamo visto il copione dell’ “uso del tempo a favore del potere” molte volte: quando la rilevanza mediatica su quella lotta o su quella vertenza sarà scemata, l’argomento tornerà alla bonaccia e ci si dimenticherà di chi si è battuto e battuta per essa. Chi detiene il potere lascia che sia il tempo a logorare chi si ribella, ricoprendo tutto silenziosamente come sabbia.

Chi controlla il tempo?
Chi lo impone e chi lo riceve?
Siamo stat* capaci di costruire e vivere il nostro tempo, questi dieci anni di lotte e avventure, tentativi errori e piccole vittorie? O lo abbiamo subito barcamenandoci in balia di chi lo poteva gestire?
Siamo stat* capaci di lasciare un segno in questo tempo, gli anni dell’emergere del populismo, della città dei bandi, della lotta notav, della Milano di Pisapia, di Expo, di Sala, delle lotte studentesche…? O siamo passat* sotto traccia, limitandoci a resistere?

Restare in vita per dieci anni come collettivo politico ha dimostrato innanzitutto la capacità condivisa di saper vivere insieme, di formare una comunità resistente.
Un insieme vario per età, provenienze, passioni e desideri che ha sempre
donato prima di tutto il proprio tempo a questo progetto. Anche se per
tre volte siamo stat* privat* del nostro spazio, siamo riuscit* a mantenere i nostri progetti e il nostro stile, traslocando come formiche e come lumache da uno spazio all’altro. Abbiamo sempre voluto un posto spazio accogliente dove militant* e non potessero trovare un campo di libera espressione in cui utilizzare il proprio tempo.
Abbiamo scelto di spostare il nostro uso dal tempo della notte, della
movida, della produzione culturale e aggregativa musicale e notturna verso il tempo del quartiere, della vita quotidiana, dell’aggregazione che passa per le infinite riunioni e attività delle associazioni di zona, delle passeggiate al parco delle persone anziane, delle famiglie.
Una prova diretta è stata la sfida del covid, che ci ha trovanti pront* e presenti in ogni momento del giorno, nel nostro spazio, conosciut* e riconosciut* per essere attiv* sui progetti di solidarietà e mutualismo.

Abbiamo cambiato il nostro concetto di tempo, e la nostra concezione si
è modificata attraverso il tempo stesso che trascorreva, mentre si
approfondivano legami e azioni, mentre i progetti prendevano forma.
Diamo per assodato che la misura del tempo è ormai standardizzata per
tutti e tutte, ovvero che il tempo è un carattere intrinseco nella materia e nella realtà.
Quella che è cambiata in questi dieci anni è la misura del nostro tempo
relativo
, quella sensazione del tutto immaginaria eppure dagli effetti così reali che ha creato in noi una specie di dilatazione del tempo per puro effetto di una disciplina collettiva di attenzione e ascolto.
Quello che è andato cambiando, e forse anche noi fatichiamo a rendercene conto, è la considerazione che abbiamo del tempo e del suo uso.

Se nel nostro privato ci troviamo a lottare costantemente con il rifiuto del tempo produttivo regalato al capitale in cambio di un salario basso e sempre meno tutele, collettivamente siamo cresciut* cambiando la nostra idea di tempo legata alla lotta politica.
Abbiamo sentito per tanti anni il discorso politico di movimento concentrarsi sul concetto di spazio, fisico, politico, di immaginario.
Spazio da occupare, da attraversare, entro cui posizionarsi per essere più a sinistra di o più a destra da.
Lo spazio in questo senso è una dimensione finita la cui contesa esclude altri soggetti. Questo fa si che si debba specificare, delimitare, difendere o attaccare. Abbiamo visto più o meno bene a cosa portano spazi condivisi quando l’unica intenzione è prenderne possesso per intero. Il risultato è stato che in questi dieci anni abbiamo sperimentato docce gelate e autunni tiepidi.
Il tempo rimaneva una variabile inespressa, misura che lavorava per noi nel costruire solidità per i nostri percorsi, o contro di noi quando non riuscivamo ad essere pronti per la prossima prova, il prossimo corteo, presidio, iniziativa o campagna.

Nel nostro lavoro collettivo il tempo è diventato invece un elemento centrale.
Abbiamo scelto di avere una concezione ed un uso del tempo che fosse legata alla possibilità di prendersi cura di noi e del nostro territorio, partendo da noi stess*, abbiamo scelto di costruire Comunità Resistenti.
Per noi il tempo è produttivo quando permette alla comunità di arricchirsi, quando è messo in comune per l’aiuto reciproco.
Per noi il “tempo” non viene solo scandito dai telegiornali o dal governo.
Non passa solo dal prossimo grande evento che verrà ospitato a Milano o dalla prossima “emergenza” che coinvolgerà tutti e tutte meno che i diretti responsabili
, quasi sempre ricchi, maschi, bianchi.
Una comunità usa il proprio tempo per prendersi cura di sé, per confederarsi con le altre in opposizione all’atomizzazione sociale, per definire (non senza fatica e anche perdendo tempo talvolta) il suo sistema di valori, quello che reputa accettabile e quello che reputa inaccettabile, quello che desidera e quello che ambisce.

Abbiamo anche sperimentato che questa forma di concepire il tempo non ci ha tolto il tempo di dedicarci a campagne e progetti, cittadini, territoriali, internazionali. Occuparci del tempo non ci ha tolto la possibilità di costruire rapporti importanti e proficui. 
Non abbiamo prodotto di meno, anzi, abbiamo prodotto meglio in virtu di una concezione di tempo che imponiamo noi invece che subire.
Ed anche se talvolta non siamo stati dinamici così come sarebbe stato necessario, abbiamo guadagnato qualcun* che non si è perso per strada, non siamo passati di norma sopra a nessun* imponendoci perchè “non c’è tempo” compiendo anche i nostri errori, le nostre valutazioni errate e tutte le altre storture che può avere un progetto autogestito in occupazione, ma finalmente un po’ più artefici del nostro tempo.

Fino ad ora è stato un buon tempo….buon compleanno ZAM!


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