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Da frammenti a forza comune. Note a margine del III ANTIFAFEST

Le parole che seguono sono il frutto di ciò che abbiamo vissuto sulla nostra pelle, ciò che abbiamo appreso nello scambio di pratiche, immaginari e inchieste nel III Antifa Fest di Genova. Se volessimo provare ad immaginarci un titolo per questo lessico teorico, potremmo definirlo L’antifascismo del XXI Secolo. Non vi è novità nell’apprendere che le forze antifasciste siano uno degli argini necessari contro la deriva sociale delle democrazie occidentali.

La novità è che queste forze, seguendo la loro matrice territoriale e particolare, stanno cominciando a prendere coscienza rispetto alla possibilità di cooperare unite per vincere la paura della solitudine e della sconfitta. Le comunità che formiamo tendono in maniera naturale a costruire connessioni con ciò che di simile vive e si sviluppa anche lontano dal proprio contesto. Vale per le pratiche, le lotte, le necessità e i sogni. L’Antifa Fest è un laboratorio permanente di pratiche reali e di utopie materiali che stiamo cercando di costruire. Di questo vogliamo condividere con voi la narrazione. La due giorni genovese del terzo AF è passata da qualche settimana, ci siamo presi questo tempo per riuscire a riassumere (sicuramente non in maniera esaustiva) tutte le voci che stanno costruendo questo nuovo laboratorio. Il contesto in cui viviamo è un perfetto esempio di limpido oscurantismo, talmente oppressivo e complesso che spinge spesso le soggettività in lotta a tentare esclusivamente di difendere il proprio operato, senza riuscire a connettere, nonostante l’iper-connettività offerta dalla tecnologia, le proprie energie con chi, a sua volta, ritrae la mano per la stessa paura. In questo contesto la discussione genovese ha dato la possibilità a decine di esperienze di narrarsi, senza auto-celebrarsi , per trovare i nodi in comune in cui produrre delle pratiche e un senso condivisi. Ogni territorialità, nel condividere il proprio presente, ha riscontrato come il processo di naturale contrasto al fascismo (militante e non) porti con se tutte le lotte che una collettività ha in essere, senza necessariamente declinarle come battaglie antifasciste. Il dibattito semantico tra cosa può essere ascritto all’antifascismo e cosa non lo è, ci obbliga a comprendere che una possibile sintesi tra queste diverse terminologie è l’antifascismo sociale. Non possiamo confinare le canoniche pratiche antifasciste ad un mera difesa da quelle che sono le derive nere di questo paese. L’antifascismo, senza conflitto sociale è ridotto alla difesa dello status quo. La lotta antifascista ha l’estrema doppia urgenza, di ri-territorializzarsi per poter comprendere come agire e quali sono i soggetti con cui condividere la costruzione di una comunità resistente nell’immediato e, parallelamente, sviluppare una sua dimensione più ampia che la metta in connessione con territori ed esperienze in grado di rafforzarne il fronte. Il vuoto, se non organizzato, è sempre reazionario.  Spesso i territori in cui agiamo sono composti da soggetti con dialettiche e pratiche distanti dalle più comuni che possiamo ascrivere al movimentismo “classico”, segno di un cambio di paradigma e di un’emergere di istanze che ormai può fare a meno della presenza del Movimento, per come lo abbiamo inteso finora. Queste soggettività, che siano grandi movimenti globali e/o compagini territoriali, fanno parte della nostra comunità, sono abitati dalle persone che vivono nei nostri territori e nelle nostre stesse condizioni e di conseguenza è necessario provare a intrecciarsi, comprendere e vivere in maniera osmotica il rapporto tra chi, con un ovvio margine di limite ideologico, può essere un alleato. Da qui quindi l’antifascismo sociale, condividendo pratiche e intrecciando relazioni, costruisce delle territorialità che possano difendersi, tanto quanto sono disposte ad attaccare. L’allargamento della soggettività fa si che vi possa essere un mutuo soccorso tra le realtà che lottano nei due spazi (locale-globale) così come un linguaggio comune e una più ampia visibilità e condivisione. Se non siamo in grado di porre le nostre specificità ed i nodi comuni in maniera chiara, ci sarà sempre un’egemonia della contraddizione e delle lotte strettamente emergenziali. Nella costruzione delle pratiche comuni, l’impalcatura del linguaggio gioca un ruolo fondamentale. L’iper-connesione e il continuo mutamento del linguaggio politico spesso non sono tenuti in considerazione dai nostri difficili riassunti di dogmi teorici e militanti, incomprensibili e inaccettabili dai più. La continua rielaborazione delle parole d’ordine non è un passaggio obbligato di perdita dei capisaldi teorici (che non invecchiano mai) ma è la capacità di tradurre, nei diversi contenuti di narrazione e comunicazione, un linguaggio che troppo spesso risulta inefficace ed estraneo al corpo sociale. Costruire quindi una cassetta degli attrezzi, con deduzioni immaginifiche e strumenti reali, per poter spostare il piano comunicativo verso la nostra storia di solidarietà e reciprocità, è un passaggio necessario alla formazione di un discorso in grado di incidere non solo nella materialità delle contraddizioni ma fin dentro le pieghe esistenziali che quest’ultime aprono all’interno delle soggettività. Le comunità resistenti devono avere un linguaggio contaminato e condiviso da chi abita i territori ideali e geografici al quale fa riferimento. Il nostro laboratorio, già dallo scorso Fest, si è dotato di Aurora, un architrave comunicativo in continuo aggiornamento, di cui vogliamo sviluppare la matrice teorica che si evolve, assieme alle nuove soggettività che se ne prendono carico. Uno strumento trasversale, che unisce le diverse realtà, rilanciandone le pratiche specifiche ed offrendosi come amplificatore verso l’esterno, al fine di costruire una narrazione comune. Una comunicazione che diventa centralizzata nel momento in cui le differenti specifiche si federano tra loro e non soffocano in un verticismo ideale. Una comunicazione egemonica, che deve per noi avere un giusto piano strategico per affrontare il tempo che ci circonda. Il sovranismo è una delle chiavi principali con cui leggere le deformazioni dell’oggi, bisogna indagarne il significato, le strategie e le connessioni con la galassia nera per poterne distruggere il piano d’azione. Monitorare, cartografare e mappare le abitudini del nemico sovranista, e neofascista, che vive una relazione sottotraccia in cui costruisce un piano di elaborazione comune, riuscire a leggerne e smascherarne le evoluzioni è per noi fondamentale per non cadere nella sterile retorica o nell’azione che gira a vuoto su verità supposte ma mai appurate. Ogni ipotesi, necessita di essere supportata dalla raccolta di dati prima di essere messa verifica, un piano di inchiesta puntuale, capillare e stratificato rimane perciò uno degli strumenti cardine di un agire politico di lungo termine.
Queste sono solo alcune parole, sicuramente insufficienti, per restituire ciò che stiamo costruendo, anche e soprattutto dopo il Fest di Genova, perché abbiamo bisogno di creare questa grande comunità che resiste alle aberrazioni dell’oggi, che attacca le ingiustizie del nostro tempo, che sia in grado di costituirsi e vincere come una forza comune. Abbiamo il desiderio di farlo con tutti coloro che decidano di attaccare il male che ci circonda. Tutte e tutti stiamo combattendo la paura, perché la notte, ricolma degli orrori del mondo, sbarra la strada al nostro mattino, che si chiamerà Aurora.

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